Maggio mese del rosario
 

Nell’antica Grecia e nell’antica Roma il mese di maggio era dedicato alle dee pagane Artemide e Flora collegate rispettivamente alla fertilità, alla primavera e alla maternità.

Nel XIII secolo Alfonso X detto il saggio, re di Castiglia e Leon, in Las Cantigas de Santa Maria celebrava Maria come: Rosa delle rose, fiore dei fiori, Donna fra le donne, unica Signora, luce dei santi e dei cieli via (…) Di lì a poco il beato domenicano Enrico Suso di Costanza mistico tedesco, nel Libretto dell’eterna sapienza si rivolgeva così alla Vergine: Sii benedetta tu aurora nascente, sopra tutte le creature, e benedetto sia il prato fiorito di rose rosse del tuo bei viso, ornato con il fiore rosso rubino dell’Eterna Sapienza!

La Chiesa delle origini, il 15 maggio di ogni anno, celebrava una grande festa in onore della Beata Vergine Maria, ma solo nel XVIII secolo l’intero mese venne associato alla Vergine Maria.

La devozione mariana nella sua forma attuale probabilmente ha avuto origine a Roma nel secolo XVIII, grazie alla figura di padre Latomia del Collegio Romano della Compagnia di Gesù che, per contrastare l’infedeltà e l’immoralità diffuse tra gli studenti, fece voto di consacrare il mese di maggio a Maria. Da Roma la pratica si diffuse nel tempo in tutta la chiesa cattolica.
 

Tuttavia era già una tradizione di dedicare un periodo di trenta giorni alla Vergine, il cosiddetto  Trigesimum. Presto si diffusero nel mese di maggio varie devozioni private a Maria, come viene ricordato nella Raccolta, una serie di preghiere pubblicata a metà del XIX secolo.

Le prime pratiche devozionali, legate in qualche modo al mese di maggio risalgono però al XVI secolo. In particolare a Roma san Filippo Neri, insegnava ai suoi giovani a circondare di fiori l’immagine della Madre e a cantare le sue lodi. Nel 1677 il noviziato di Fiesole fondava una sorta di confraternita denominata “Comunella" sempre in onore di Maria. Subito dopo si cominciò con il Calendimaggio, cioè il primo giorno del mese, cui a breve si aggiunsero le domeniche e infine tutti gli altri giorni in cui attraverso riti popolari semplici, nutriti di preghiera si cantavano le litanie e s’incoronavano di fiori le statue mariane.
 

L’attribuzione del mese di maggio alla Madre del Salvatore lo si deve al padre gesuita, Annibale Dionisi (1679-1754), religioso di estrazione nobile, capace di una vita caratterizzata dalla pazienza, dalla povertà e dalla dolcezza. Egli, nel 1725, pubblica a Parma Il mese di Maria o sia il mese di maggio consacrato a Maria con l’esercizio di vari fiori di virtù proposti a’ veri devoti di lei. In questo testo Dionisi esortava a vivere e a praticare la devozione mariana non necessariamente in chiesa ma nei luoghi quotidiani e nell’ordinario, per santificare quello stesso luogo e regolare le azioni dei singoli sotto gli occhi della Santissima Vergine.

Papa Pio VII, per esortare tutti i cristiani alla pratica di una devozione così tenera e gradita alla beatissima Vergine, e ritenuta di tanto beneficio spirituale, concesse a tutti i fedeli, con un Rescritto della Segreteria dei Memoriali del 21 maggio 1815, di onorare in pubblico o in privato la Beata Vergine con qualche omaggio speciale o preghiere devote o altre pratiche virtuose.

Più tardi sia papa Pio XII che papa Paolo VI incoraggiarono la pratica domestica della preghiera del santo rosario come mezzo efficace di salute e salvezza.

Nel documento Marialis cultus al n. 53 si legge: Non v’è dubbio che la Corona della Beata Vergine Maria sia da ritenere come una delle più eccellenti ed efficaci ‘preghiere in comune’ che la famiglia cristiana è invitata a recitare. Noi amiamo, infatti, pensare e vivamente auspichiamo che, quando l’incontro familiare diventa tempo di preghiera, il Rosario ne sia l’espressione più gradita.
 

Maria è presente al cenacolo della Pentecoste, Maria accoglie e accompagna i discepoli a ricevere il dono dello Spirito, Maria anima ogni comunità pronta a vivere secondo le indicazioni del Vangelo dedita al ripristino della bellezza dell’umanità.



La preghiera del Chaire Maria

Onore a te Maria: la preghiera si apre con il saluto dell’Angelo Gabriele, il saluto di Dio (cfr. Lc 1,28). Lo sguardo benefico e salutare che Egli ha rivolto a lei ci fa rallegrare di quella stessa gioia che ha abitato il suo cuore e ci permette di rivolgerci a Maria consapevoli della sua grandezza.

Piena di grazia, il Signore è con te: Maria è piena di grazia perché il Signore è con lei, in quanto non ha mai pensato male di Dio, non si è mai separata da Lui rinnovando ogni giorno il suo Sì; per questo è stata scelta dall’Alto come madre del Messia. Maria, nella quale il Signore stesso prende dimora, è la personificazione della Figlia di Sion, dell’Arca dell’Alleanza, il luogo dove abita la Gloria del Signore: è la dimora di Dio con gli uomini (Ap 21,3). Chi è consapevole di essere una preferenza di Dio può essere certo non solo che Egli non abbandona mai i suoi figli ma che è pure rivestito di tanta energia e forza per affrontare il cammino della vita.


Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno Yeshua: così Elisabetta, piena di Spirito Santo saluta Maria chiamandola beata proprio perché ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore (cfr. Lc 1,39-45). Per questa fede Maria diventa la madre unica dell’umanità, grazie alla quale essa riceve colui che è la benedizione stessa di Dio: Yeshua, il frutto del suo grembo benedetto. Maria ha una speciale influenza su Yeshua (cfr. Gv 2,1-12): perché non approfittarne?


Santa Maria, Madre del Signore, prega per noi figli tuoi: A Maria, Madre del Signore e Madre nostra, possiamo confidare tutte le nostre preoccupazioni e i nostri bisogni e lei ci insegnerà a rispondere con le sue stesse Parole: Sia a me secondo la tua Parola (Lc 1,38). Affidandoci alla sua preghiera ci abbandoniamo ai desideri di Dio perché si possa compiere unicamente la sua volontà (cfr. Mt 6,10).


Ora e nell’ora del nostro ritorno alla casa del Padre: in questo modo ci affidiamo a Maria nel qui ed ora, nell’oggi delle nostre esistenze fino al momento del passaggio nella frequenza di luce dove Lei ci accoglierà e ci soccorrerà come Madre per condurci davanti al Figlio Yeshua, il Cristo. Avere Maria come compagna di viaggio è sempre un’ottima e valida garanzia di vita.



La pratica devozionale del rosario

Il rosario è una forma di preghiera che, mirando a giungere a un’alta concentrazione spirituale, si avvale di tecniche di carattere psichico-fisico ripetitive e simboliche.

Il meccanismo su cui si basa è la tecnica della ripetizione-risonanza, potente ed efficace strumento per coltivare l’attenzione.

La preghiera del Chaire Maria (Ave Maria) ha registrato notevoli ampliamenti lungo i secoli, soprattutto nella seconda parte non biblica, per cui a livello meditativo risulta difficilmente scandibile sul ritmo del respiro. A tal proposito può tornare più utile l’espressione rielaborata, cara a San Filippo Neri: Vergine Maria, Madre del Signore, prega per noi Yeshua.


Oppure può risultare interessante accogliere il suggerimento di Sant’Ignazio di Loyola di pronunciare sul ritmo del respiro le singole espressioni della preghiera:

Chaire Maria…

Piena di Grazia…


In questo modo si possono pregare anche il Padre nostro e la dossologia del Gloria al Padre.

O ancora si può pregare il rosario passeggiando lentamente cadenzando i passi in connessione con le diverse espressioni del Chaire.
 

Il rosario si àncora anche ad un “oggetto” ovvero la narrazione degli eventi salvifici scanditi ad ogni decina di Chaire che favoriscono la visualizzazione mentale con precisi richiami biblici e permettono di arrivare a una vera e propria esperienza contemplativa, scopo di questa preghiera. Motivo per cui il rosario esige il sottofondo di un silenzio ricercato.


San Giuseppe lavoratore

 

San Giuseppe viene ricordato il 19 marzo con una solennità a lui intitolata. Pio IX nel 1847 estese a tutta la Chiesa anche la festa del Patrocinio di san Giuseppe, che già si celebrava a Roma dal 1478. Nel 1955 Pio XII la sostituì con la festa di San Giuseppe artigiano, assegnata al 1º maggio, per offrire al lavoratore un modello e un protettore.
 

Dello stesso Yeshua si dice che aveva voluto essere un lavoratore manuale. Il termine greco téktōn, che Marco (6,3) gli attribuisce non si limita a indicare il lavoro del falegname, ma anche quello di un vero e proprio carpentiere, nel campo dell’edilizia. Va da sé che egli sia stato apprendista alla bottega di Giuseppe.
 

Pochi anni prima che lo sposo di Maria aprisse la sua attività, Cicerone scriveva: Hanno basso mestiere tutti gli artigiani, perché in un’officina non vi può essere alcunché di decoroso. Ancor più categorico è stato il filosofo Aristotele, che nella sua opera Politica si domandava: Si debbono annoverare tra i cittadini anche gli operai meccanici?
 

La risposta è data da Yeshua stesso che prima condivide la condizione operaia accanto a Giuseppe e poi se ne distacca per seguire la propria missione. La professionalità del costruire in quella piccola bottega diventa nel tempo l’arte con cui egli edificherà il regno dei cieli già qui sulla terra. In fondo si tratta di un’opera di costruzione. Yeshua fa tutto nell’eccellenza perché è il come si fanno le cose che dà senso e bellezza ad esse, è la qualità del nostro operare che ci rende liberi e capaci di qualsiasi cosa.
 

Ecco che per sottolineare la nobiltà di uno stile del lavorare la Chiesa ci propone la figura di Giuseppe artigiano a cui anche papa Roncalli, Giovanni XXIII, rese omaggio introducendo il suo nome nel Canone della Celebrazione eucaristica. Giuseppe viene così presentato come un esemplare maestro di vita, un uomo laborioso, onesto, fedele alla Parola di Dio, obbediente, tutte virtù che il Vangelo sintetizza definendolo “uomo giusto”.
 

Nonostante fosse il padre putativo del Figlio di Dio, lo sposo di Maria, la beata tra le donne, Giuseppe dedica il suo tempo alla protezione della famiglia di Nazareth e al suo mantenimento, senza vergogna, con totale dedizione perché il disegno di Dio si realizzi attraverso di lui in pienezza. Ciò nonostante il Vangelo non ci presenta Giuseppe al lavoro ma in fase di riposo, mentre nel sogno ascolta la voce di Dio, in cammino per il censimento, nella grotta durante la nascita del Bambino, in cammino con la famiglia verso l’Egitto, al Tempio..
 

Se il lavoro è funzionale al compito che Dio ha stabilito per noi, Egli ci chiede il tempo necessario per stare con Lui, perché dove non riusciamo ad arrivare con le nostre opere giunge a noi la sua infinita Provvidenza.


 

Vangelo del giorno

E avvenne che quando Yeshua terminò queste parabole, se ne andò di là.
Ed essendo venuto nella sua patria, insegnava loro nella loro sinagoga, così da essere stupiti loro e da dire: Da dove a costui questa sapienza e i prodigi?
Non è questi il figlio del carpentiere?
Suo madre non è chiamata Maria e i suoi fratelli Giacomo e Giuseppe e Simone e Giuda?
E le sue sorelle non sono tutte presso di noi?
Dunque da dove a costui tutte queste cose?
Ed erano scandalizzati di lui.
Allora Yeshua disse a loro: Non c’è profeta disprezzato se non nella sua patria e nella sua casa.
E non fece lì molti prodigi a causa della loro incredulità.
Mt 13,53-58


 

Preghiera

Signore Dio, Padre di tutti gli uomini,
ti ringraziamo perché scegliendo Giuseppe, uomo giusto,

per metterlo a fianco di Maria e di Yeshua,
ci insegni che il segreto della vita e della felicità
è obbedire alla tua Parola che bussa al nostro cuore.

Ti preghiamo, Signore,
liberaci dalla paura, dalla rabbia e dalla tristezza
che si sono annidate in esso,
spingici a compiere nell’eccellenza
le piccole e grandi scelte e opere della vita,

ispiraci nell’anima sentimenti nuovi

perché abbiamo occhi
che sappiano vedere i disagi, le sofferenze e le ingiustizie
che imperversano in questo mondo
e mani che possano continuare a seminare pace e bellezza,
al di là dello scarso risultato immediato
e delle continue opposizioni.

Padre vogliamo come Giuseppe
diventare responsabili nel nostro agire e cordiali con tutti
per cominciare a fare spazio dentro di noi

e accogliere così Yeshua tuo Figlio,

unico Salvatore e Sanatore dell’umanità.

Amen.

Sant'Atanasio
 

Atanasio, nato ad Alessandria d’Egitto nel 295, fu un caparbio difensore dell’ortodossia durante la crisi ariana, iniziata dopo il concilio di Nicea. Questo grande padre della chiesa pagò la sua eroica resistenza con ben cinque esili che gli furono inflitti dagli imperatori Costantino, Costanzo, Giuliano e Valente.
 

A trentatré anni venne elevato alla prestigiosa sede episcopale di Alessandria. Cercò di far fronte a un mondo che si stava risvegliando improvvisamente ariano. L’eresia di Ario, un sacerdote uscito dalla stessa chiesa, negava l’uguaglianza sostanziale tra il Padre e il Figlio, minando il cuore stesso del cristianesimo: se Cristo non è Dio a che cosa mai si potrebbe ridurre la redenzione dell’umanità?

Ma Atanasio aveva la tempra del lottatore e quando c’era da dar battaglia agli avversari egli era sempre in prima fila. Nella sua Apologia per la fuga scrive: Io mi rallegro di dovermi difendere.
 

Pur avendo coraggio da vendere, egli ben sapeva con chi aveva a che fare e per questo non rimaneva di certo in casa attendendo che lo venissero ad ammanettare. I suoi denigratori gli avevano mosso addirittura l’accusa di aver assassinato il vescovo Arsenio, che invece era vivo e vegeto. Alcune sue fughe hanno del rocambolesco: egli stesso ce ne parla con una certa vivacità e brio.
 

Atanasio trascorse i suoi due ultimi esili nel deserto presso degli amici monaci che, nonostante avessero lasciato le normali strutture dell’organizzazione ecclesiastica, si trovavano in sintonia con questo vescovo autoritario e intransigente. Per essi egli scrisse l’opera Storia degli ariani, dedicata ai monaci, di cui ci restano poche pagine, comunque sufficienti per rivelarci apertamente il temperamento di quest’uomo: sa di parlare con uomini che non intendono metafore e allora dice pane al pane: sbeffeggia l’imperatore, chiamandolo con nomignoli irrispettosi e mette in burletta gli avversari; ma parla con calore e slancio delle verità che gli premono, per strappare i fedeli alle grinfie dei falsi pastori.
 

Durante le numerose involontarie peregrinazioni è stato anche in Occidente, a Roma e a Treviri, dove fece conoscere il monachesimo egiziano come stato di vita organizzato in maniera del tutto originale nel deserto, presentando il monaco ideale nella figura suggestiva di Sant’Antonio anacoreta, di cui scrisse la celebre Vita, che si può in qualche modo considerare il manifesto del monachesimo.


 

Vangelo del giorno

Come il Padre ha amato me anch’io ho amato voi; rimanete nel mio amore.
Se osservate le mie procedure, rimanete nel mio amore, come io ho osservato le procedure del Padre mio e rimango nel suo amore.
Queste cose vi ho detto affinché la gioia, quella mia, sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Gv 15,9-11

 

Preghiera

Calmo è l’albero che si erge,
calmo il fiore che si apre,
calma l’erba che spunta.

Il marcire della terra non conosce vendetta,
vive con il sogno di un giorno,
un altro giorno ancora di cura e dedizione.

La natura geme, non è ribelle, semplicemente è sé stessa
e mentre non può desiderare nient’altro che la vita,
accetta il passaggio della morte:

ogni giorno trasformarsi in humus è una scelta d’amore.

Yeshua è il giardiniere che custodisce e coltiva,
che veste i gigli del campo
per ogni svestito scappato dal Gan Eden
e ad ogni piccolo germoglio dà un nome,
affidando a noi il compito di coltivare e custodire.

Signore noi possiamo coltivare e custodire in noi
l’avvedutezza che sa sempre cogliere la fragilità di ciò che esiste
e svela la sorprendente freschezza della vita.

Noi vogliamo coltivare e custodire in noi
il metodo coraggioso di costruire col poco che abbiamo,
estraendo con pazienza,
anche dai fiori più amari, cera e miele.

Noi scegliamo di coltivare e custodire in noi
lo Spirito, l’ordine, la quiete, la forza
e il cammino che ci indica l’obbedienza del cuore.

Noi abbiamo bisogno di coltivare e custodire in noi
l’amore dentro la Casa, oltre la prigionia delle cose,
immersi nella gratuità di gesti indiscussi
per mantenere immutabile e costantemente vegliata
la nostra sorgente più profonda.

Noi sappiamo coltivare e custodire in noi
la fiducia anche quando il dolore ci rende indifesi
un po’ come gli innamorati che sanno attendere e resistere
perché l’amore è molto di più.

Signore che la nostra vita resti una benedizione
anche nei momenti freddi in cui è difficile dire il bene e il bello:

sarà questa l’alba di una nuova primavera.

Amen.

Santi Filippo e Giacomo


Filippo nasce intorno all’anno 5 a Betsaida in Galilea, un paesino costiero che si affaccia sul Lago di Tiberiade, lo stesso che ha dato i natali anche ai fratelli Pietro e Andrea, pescatori come lui. Tra i primi chiamati direttamente da Yeshua, compare al quinto posto nell'elenco degli Apostoli dei Vangeli sinottici e negli Atti. Probabilmente nel collegio apostolico godeva di una certa autorevolezza in quanto poteva svolgere il ruolo di interprete, visto che doveva conoscere la lingua greca, come attesta il passo dell’evangelista Giovanni (12,20-22).

È probabile che, dopo la Pentecoste, Filippo abbia attraversato l’Asia Minore spingendosi fino alla Scizia (Ucraina) con due figlie vergini che portava sempre con sé, e poi nella Frigia (Turchia asiatica), nella cui capitale, Ierapoli (attuale Pamukkale), sarebbe stato martirizzato su una croce decussata, a forma di X e con la testa all’ingiù, nell’anno 80. Dopo la sua morte fu sepolto in quello stesso luogo. Molti viaggiatori e religiosi dei secoli successivi, tra i quali Eusebio di Cesarea, citano nei loro scritti la tomba dell'apostolo guaritore, così come testimoniano diversi graffiti.

Policrate, vescovo di Efeso nella seconda metà del II secolo, scrisse una lettera indirizzata a papa Vittore I che contiene il seguente passo: Filippo, uno dei dodici apostoli, riposa a Hierapolis con due sue figlie che si serbarono vergini tutta la vita, mentre la terza, vissuta nello Spirito Santo, è sepolta a Efeso.
Giacomo, nome ebraico che significa “Colui che segue Dio”, figlio di Alfeo e inviato di Yeshua, è nato in Palestina intorno all’anno 5. Viene chiamato il Minore per distinguerlo da Giacomo il Maggiore figlio di Zebedeo e fratello di Giovanni. 
Tuttavia la figura di Giacomo è oggetto da secoli di una controversia importante dove agiografi, storici ed esegeti non si trovano d’accordo nell’identificare Giacomo, il fratello dell’apostolo Giuda Taddeo, che i Vangeli e gli Atti nominano come figlio di Alfeo, con il Giacomo che altrove gli stessi Vangeli chiamano “fratello”, o meglio, cugino del Signore, figlio di Maria, una delle donne presenti ai piedi della croce di Yeshua, moglie di Cleofa e cognata di Maria di Nazareth.
A tal proposito San Paolo ci offre delle interessanti testimonianze.

Nella Prima lettera ai Corinzi, afferma che Yeshua, dopo la risurrezione apparve a Giacomo e quindi a tutti gli apostoli (15,7) e nella lettera ai Galati lo identifica come apostolo e fratello del Signore: In seguito dopo tre anni salii a Gerusalemme a visitare Cefa (Pietro) e rimasi presso di lui quindici giorni. Non vidi nessun altro degli inviati se non Giacomo il fratello del Signore (1,19). Inoltre Paolo considera Giacomo “fratello” di Yeshua una delle “colonne” della Chiesa con Pietro e Giovanni a Gerusalemme (cfr. Gal 2,9).

Infatti dopo il martirio di Giacomo il Maggiore, nell’anno 42, e la successiva partenza di Pietro per Roma, nell’anno 44, Giacomo diviene capo della comunità cristiana, primo vescovo di Gerusalemme. Chiamato tradizionalmente “Giusto” per l’integrità severa della sua vita, si mette in luce per le sue posizioni come quella tenuta al “concilio di Gerusalemme” dove si schiera a favore di Paolo, invitando a “non importunare” i convertiti dal paganesimo con l’imposizione di tante regole tradizionali, prima fra tutte quella della circoncisione (cfr. At 15,13-21).

Giacomo è autore della prima delle “lettere cattoliche” del Nuovo Testamento dove si rivolge “alle dodici tribù disperse nel mondo”, ossia ai cristiani di origine ebraica viventi fuori della Palestina, presentandosi come servo di Dio e del Signore Yeshua, il Cristo (cfr. Gc 1,1). Bellissimo anche l’incipit della lettera di Giuda Taddeo a conferma del legame tra i due: Giuda, servo di Gesù Cristo, poi fratello di Giacomo, ai chiamati, amati in Dio Padre e custoditi per Gesù Cristo: si moltiplichino per voi la misericordia, la pace e l’amore (Gd 1,1-2).

Il martirio di Giacomo, noto allo storico Giuseppe Flavio che nelle Antichità giudaiche lo chiama “fratello di Yeshua, detto il Cristo”, viene descritto nei dettagli da Eusebio di Cesarea nella sua Storia Ecclesiastica, che riferisce per esteso una precedente narrazione di Egesippo dalle Memorie. Morto il prefetto di Giudea Festo, mentre era ancora in viaggio da Roma il suo successore designato Albino, il sommo sacerdote Ananos, il Giovane, approfittò del momento per convocare il sinedrio e condannare Giacomo alla lapidazione.

Nell’anno 62 Giacomo fu gettato giù dal pinnacolo del Tempio e, poiché non era morto, fu lapidato; e poiché, messosi in ginocchio, pregava per coloro che lo stavano lapidando, “uno di loro, un follatore, preso il legno con cui batteva i panni, colpì sulla testa il Giusto, che morì martire in questo modo.
Fu quindi sepolto sul luogo, vicino al Tempio, dove si trova ancora il suo monumento”.
Simbolo dell’apostolo è il bastone usato per cardare la lana che aveva un’estremità di metallo, triangolare ed uncinata: proprio per questo viene considerato patrono dei fabbricanti di cappelli e cardatori, oltre che dei droghieri e dei farmacisti.

Oggi le reliquie di San Giacomo si trovano, con quelle dell’apostolo Filippo, nella chiesa dei Santi Dodici Apostoli a Roma.



Vangelo del giorno
Gli disse Tommaso: Signore non sappiamo dove vai: come possiamo conoscere la via?
Gli disse Yeshua: Io sono la via e la verità e la vita;
nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.
Se avete conosciuto me, conoscerete anche mio Padre: e da ora lo conoscete e lo avete visto.
Gli disse Filippo: Signore, mostraci il Padre, a noi basta.
Gli rispose Yeshua: Chi ha visto me ha visto il Padre.
Come puoi dire mostraci il Padre?
Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?
Le parole che vi dico, non le dico da me stesso;
il Padre che dimora in me fa le sue opere.
Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me;
almeno, credete a causa delle opere stesse.
Amen, amen dico a voi: chi crede in me, farà le opere che io faccio e di più grandi, perché io vado presso il Padre.
E qualsiasi cosa chiediate a me nel mio nome, questa farò, affinché il Padre sia glorificato nel Figlio.
Qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò.

Gv 14,6-14


Preghiere
San Filippo, apostolo di Yeshua,

che hai seguito con gioia il Maestro al suo primo invito,
l’hai riconosciuto come il Messia promesso da Mosè e dai Profeti,

e pieno di entusiasmo l’hai annunciato agli amici,

perché accorressero ad ascoltare la sua Parola di Vita

vogliamo anche noi cambiare il nostro modo di pensare, 
affinchè cuore e mente si accordino solo sulle procedure del Logos

e i nostri piedi seguano l’unica Via, quella del Risorto.
San Filippo, discepolo fedele,

tu che hai fatto da intermediario tra Yeshua e i greci

e che da Lui stesso sei stato istruito sulla Verità del regno di Dio,
spingi ognuno di noi alla ricerca, al desiderio di conoscenza,

in modo da imparare a rispondere a tutte le provocazioni poste dal mondo.
San Filippo, amico dei lontani,

che, ispirato dall’azione dello Spirito Paraclito,

sei stato inviato tra le genti perdute per convertire gli uomini alla luce della fede,

desideriamo ardentemente che in tutti i figli di Dio
arda la legge dell’amore,
unica medicina per un popolo che ha smesso di sentire la vita

e, dando retta alle opinioni del mondo, ha cominciato a pensarla.
San Filippo, come te, abbiamo a cuore il progetto di Dio,
che tutto ritorni a risplendere della bellezza originaria,

insegnaci, per essa, a donare la nostra esistenza,

perché tutto sia come in cielo così in terra.
Amen.

San Giacomo, apostolo di Yeshua,

tu hai presentato un modello di cristianesimo molto concreto
indicandoci che la fede deve realizzarsi 
attraverso l'amore per il prossimo e l'impegno per i poveri,

spronaci a non pianificare la vita in modo egoistico e interessato,

ma a fare spazio ai desideri di Dio

che conosce il bene-bello per tutta l’umanità. 
San Giacomo, fratello del Signore,

non per la carne ma secondo lo spirito,

tu, che per seguire il Maestro hai lasciato

tutti legami, i beni e le aspettative del mondo,
ricordaci la procedura secondo cui,

dopo aver messo mano all’aratro per la vita vera,

possiamo non voltarci a guardare indietro per i soliti ripensamenti.
San Giacomo, uomo giusto,

primo capo della comunità di Gerusalemme,

ti vogliamo pregare oggi per i ministri della chiesa,

perché, cambiando modo di pensare e stile di vita,

tornino al loro compito di ispiratori dell’umanità,

guidati dall’azione energica e informante dello Spirito Paraclito.

San Giacomo, martire di Dio,

primo tra gli apostoli a donare la vita per la causa del Vangelo,

vogliamo chiedere con te al Signore
la capacità di amare disinteressatamente ogni essere della terra,

in particolare modo i nemici visibili ed invisibili, esteriori e interiori,

per essere figli del Padre che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni

e fa piovere sui giusti e gli ingiusti.
Amen.

Sesta Domenica di Pasqua


L’esperienza degli apostoli, dopo la risurrezione di Yeshua, fu quella di sentirsi incredibilmente amati, scelti, voluti, accolti. Essi stavano sperimentando qualcosa di nuovo, unico, divino. L’amore che percepivano era la loro forza, il loro motore, l’energia vitale.
Fare esperienza dell’amore dell’unico Maestro e Signore significa comprendere che il suo amore è sì divino, ma anche molto umano, non esente dalla sofferenza e dalla vulnerabilità. Yeshua infatti provò tutto dentro di sé, ebbe il coraggio di dare spazio ad ogni sentimento. Infatti non si è sottratto a nulla, ma ha vissuto in pienezza ogni evento e ogni tipologia di relazione.

L’amore di Yeshua era però libero. Egli continuava ad amare i suoi nonostante le loro mancanze o i loro tradimenti, perché viveva di perdono e puntava a volere il bene e il meglio per l’altro. Yeshua stava costantemente accanto ai suoi discepoli ma li lasciava liberi di andarsene, di cambiare strada. Da questo momento molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non camminavano più con lui. Allora Yeshua disse ai dodici: Non volete andare anche voi? (Gv 6,66-67).
E l’altra grande caratteristica dell’amore di Yeshua era quella di essere incondizionato. Noi amiamo sotto condizione: Ti amo, se mi ami… condizione che diventa nel tempo una vera e propria prigione, un ricatto morale.

Yeshua ama al di là di ciò che uno faceva o agiva (cfr. Lc 23,24) perché l’unico suo interesse è che nessuno di noi vada perduto (cfr. Gv 3,16).
Imparare ad amarci così come Lui ha vissuto e insegnato è la via, la strada unica per tornare ad essere felici. Si tratta di rimanere nel suo amore. E per farlo è necessario osservare, obbedire senza discussione alle sue procedure, perché sono le uniche ad offrire questa possibilità.

Il vero modo di amare è quello del cuore quando sceglie a chi obbedire: o al Dio della vita o alle esigenze e aspettative degli uomini.
Nessuno può servire due padroni.
O infatti odierà uno e amerà l'altro, oppure si attaccherà a uno e disprezzerà l'altro.
Non potete servire Dio e il possesso
Mt 6,24-25


Vangelo del giorno
Come il Padre ha amato me anch’io ho amato voi; rimanete nel mio amore.
Se osservate le mie procedure, rimanete nel mio amore, come io ho osservato le procedure del Padre mio e rimango nel suo amore.
Queste cose vi ho detto affinché la gioia, quella mia, sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questa è la procedura quella mia: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi.
Nessuno ha un amore più grande di questo: che qualcuno offra la sua vita per i suoi amici.
Voi siete miei amici se fate le cose che io vi comando.
Non vi chiamo più schiavi, poiché lo schiavo non sa cosa fa il suo padrone; invece vi ho chiamati amici, perché tutte le cose che ho udito dal Padre mio ve le ho fatte conoscere.
Non voi avete scelto per voi me, ma io ho scelto per me voi e ho posto voi affinché andiate e frutto portiate e il vostro frutto continui a esistere, affinché qualunque cosa chiediate al Padre nel mio nome dia a voi.
Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.

Gv 15,9-17



Preghiera
Spirito Santo, Paraclito,
Tu che sei Presenza Eterna,
perché in Te non è passato, né futuro,
vieni visita le nostre menti con la tua luce
e riempi i cuori di pace e di bellezza.
Ispira in noi il desiderio della ricerca
per imparare a scoprire nella Parola di Yeshua
le procedure per abitare il Regno della Gioia.
Suscita amore, passione e vitalità
per alimentare l’esistenza con il dono della conoscenza
novità, fantasia e creatività
per stimolare all’evoluzione l’umanità.
Insegnaci a vivere di gratitudine
per non cadere nella presunzione 
del tutto sapere e subito capire.
Vieni Spirito, scendi su di noi,
perché solo con Te
possiamo scoprire il compito di vita,
quel nome con cui Dio da sempre ci chiama
e che oggi attende il nostro Sì.
Amen.

Beata Vergine di Pompei


Il culto della Madonna del Rosario di Pompei è molto antico: risale al XII secolo, epoca dell’istituzione dei domenicani, i quali ne furono i maggiori propagatori.

Tuttavia il vero apostolo della devozione alla Vergine di Pompei è il beato Bartolo Longo, un avvocato nato in Puglia il 10 febbraio 1841. Di temperamento esuberante, da giovane si dedica al ballo, alla scherma e alla musica; intraprende gli studi superiori in forma privata a Lecce e dopo l’Unità d’Italia, nel 1863, si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza nell’Università di Napoli.

Qui viene conquistato dallo spirito anticlericale che dominava l’ambiente napoletano, al punto da partecipare a manifestazioni contro il clero e il papa. Dubbioso sulla religione, si lascia attrarre dallo spiritismo, allora molto praticato a Napoli, fino a diventarne un celebrante dei riti.

 

Ma dopo una notte di incubi la sua vita subisce una svolta: si rivolge al Prof. Vincenzo Pepe, suo amico e compaesano, uomo molto religioso, che lo invia alla direzione spirituale di Padre Radente, appartenente all'ordine dei Domenicani, il quale lo fa aggregare al Terzo Ordine di San Domenico.
 

Nel 1864 si laurea in giurisprudenza, torna al paese natale, abbandona la professione di avvocato per prodigarsi alle opere assistenziali. In questi anni fa voto di castità seguendo le indicazioni del redentorista Emanuele Ribera, oggi venerabile, che gli aveva preannunciato una missione da compiere a favore della cristianità.
Tuttavia per seguire la vocazione ad aiutare i bisognosi, torna a Napoli dove conosce il futuro beato Ludovico da Casoria e la futura santa Caterina Volpicelli, nella cui Casa centrale conosce la contessa Marianna Farnararo De Fusco, impegnata fortemente in opere caritatevoli ed assistenziali.

Nel 1864 la donna rimane vedova del marito a soli 27 anni, con cinque figli a carico e ha bisogno di un amministratore per i beni e i campi di proprietà del compianto coniuge, nonché di un precettore per i figli. Bartolo accetta di stabilirsi in una residenza dei De Fusco per assolvere a tali compiti. In questo modo egli diventa l'inseparabile compagno di Marianna nelle opere caritatevoli. Egli stesso narra che un giorno, mentre si trovava nei campi, udì la Madonna che gli diceva: Se propagherai il Rosario sarai salvo. Il giovane Bartolo Longo, scosso da questo messaggio, avendo abbandonato gli ambienti satanici che frequentava, inizia la propria opera di diffusione della preghiera del Rosario.

 

Purtroppo l’amicizia con la contessa dà luogo a parecchie maldicenze per cui, dopo un'udienza da Papa Leone XIII, i due nel 1885 decidono di sposarsi con il proposito di vivere solo in amore fraterno. Bartolo intanto continua la sua attività di amministratore dei terreni, si reca spesso nella Valle e comincia a insegnare ai contadini il catechismo e a recitare il rosario.
 

Un giorno suor Maria Concetta de Litala gli dona una vecchia tela raffigurante la Madonna del Rosario, molto rovinata. Bartolo la restaura alla meglio e la porta nella Valle di Pompei aiutato da un carro, come lui stesso racconta, che faceva la spola dalla periferia della città alla campagna trasportando letame, ottimo concime per i campi.
Il 13 febbraio 1876 il quadro viene esposto nella piccola chiesetta parrocchiale. Già da questa data si verifica il primo miracolo, ovvero la guarigione a Napoli di una ragazzina malata di epilessia inguaribile. Da quel giorno la Madonna comincia a elargire grazie e miracoli in abbondanza mentre va aumentando la folla di pellegrini e devoti, ciascuno chiedendo una grazia alla Vergine.

 

Perciò Bartolo Longo, su consiglio del vescovo di Nola, il 9 maggio 1876 inizia la costruzione del tempio che termina nel 1887. Grazie alle continue elargizioni dei fedeli ben presto la chiesa si trasforma nell’attuale Basilica Pontificia della Beata Vergine del Rosario di Pompei. Nel frattempo Bartolo Longo comincia a diffondere preghiere e pie devozioni, componendo poi nel 1883 anche la Supplica.

Questa preghiera, inizialmente intitolata "Atto d'amore alla Vergine" e poi ribattezzata "Supplica alla potente Regina del Santissimo Rosario di Pompei”, dopo essere stata più volte rivisitata, viene recitata solennemente due volte l'anno, l'8 maggio e nella prima domenica di ottobre. Ogni anno più di 4 milioni di persone si recano in pellegrinaggio rendendo questo santuario mariano tra i più visitati al mondo. La preghiera a Maria è sempre potente, lei ha la possibilità di chiedere a Dio di anticipare i tempi della redenzione e della guarigione dell’umanità.


 

Vangelo del giorno

Dice Yeshua: Ho ancora molte cose da dirvi,
ma non potete portarle per ora.
Ma quando verrà quello, lo Spirito di verità,
vi precederà nella verità tutta: infatti non canterà da sé,
ma canterà quanto ascolterà e vi annuncerà le cose venienti.
Quello mi glorificherà perché prenderà dal mio e ve lo annuncerà.
Tutte quante le cose che ha il Padre sono mie:
per questo ho detto che prende dal mio e lo annuncerà a voi.

Gv 16,12-15

 


Preghiera da recitarsi alle 12.00 durante la supplica alla Madonna di Pompei

Questa preghiera dedicata a Maria in uno stile rivisitato del rosario è tutta centrata sul rinnovo dei 4 Sì a Dio, alla Vita, a se stessi e agli altri nelle loro diverse sfaccettature.
Introdotti dalla preghiera Avun, (Padre nostro) sono distintamente supportati da 3 Chaire (Ave Maria) e conclusi con la dossologia del Gloria.


Sì a Dio

Avun

Sì al Padre, l’unico a cui siamo collegati che dona vita per sempre- Chaire

Sì al Figlio Yeshua, al suo Logos e alle sue procedure - Chaire

Sì allo Spirito Santo, alla sua ispirazione d’amore e di gioia - Chaire

Gloria

 

Sì alla Vita

Avun

Sì alla terra abitata, alla natura, all’ambiente espressioni della bellezza di Dio - Chaire

Sì all’umanità fatta di uomini e donne che desiderano vivere e non sopravvivere - Chaire

Sì all’universo e ai multiversi, perché le misure di Dio sono più grandi delle mentali - Chaire

Gloria

 

Sì a me stesso

Avun

Sì al mio essere/identità perché sono una preferenza di Dio, sempre - Chaire

Sì alla mia realizzazione a beneficio di molti e non solo per quelli di casa - Chaire

Sì alle mie relazioni con cui posso evolvere nella vita ma senza attaccamenti - Chaire

Gloria

 

Sì agli altri

Avun

Sì all’altro/a compagno di viaggio, con cui vivo nell’amore un tratto di strada - Chaire

Sì a tutti quelli che incontro lungo la via, amici o no, sono di grande ricchezza - Chaire

Sì ai nemici che non posso combattere, ma grazie ai quali posso evolvere - Chaire

Gloria

Ascensione del Signore


Nell’anno liturgico l'Ascensione del Signore è la solennità del tempo pasquale che viene celebrata quaranta giorni dopo la Pasqua. Secondo la pellegrina Egeria, scrittrice romana autrice di un Itinerarium in cui racconta il suo viaggio nei luoghi santi della cristianità, la commemorazione della festa dell’Ascensione nei primi secoli a Gerusalemme era collocata all'interno della Pentecoste, secondo un’antica tradizione siriaca.
 

A Roma la celebrazione della Ascensione è testimoniata per la prima volta da papa Leone Magno quaranta giorni dopo la Pasqua. Dopodiché Pio V stabilì che in questa solennità, dopo il canto del Vangelo, venisse rimosso il cero pasquale che, anticamente, veniva spento nella seconda domenica di Pasqua, la cosiddetta Dominica in albis. Fu la riforma liturgica di Paolo VI a prevedere che il cero, simbolo di Cristo risorto, restasse vicino all'ambone fino al giorno di Pentecoste.
 

Nel giorno dell’ascensione Yeshua sale al cielo. Potrebbe sembrare un addio, un abbandono, un distacco: in parte lo è, ma si tratta di una verità funzionale al fatto di comprendere che Lui è sempre con noi, anche se in altra forma. Se ne è andato non per abbandonarci ma per trovare dimora dentro di noi. Dio non si serve più di suo Figlio per rendersi visibile e mostrarsi al mondo, adesso ci sono i suoi figli, coloro che si sono schierati dalla sua parte per vivere e portare il Vangelo ad ogni uomo.
 

Quelli allora andati annunciarono ovunque, mentre il Signore operava con loro e confermava le parole con i segni che li accompagnavano. La certezza è quella di avere Dio sempre accanto, dalla nostra parte qualunque cosa succeda. Questa verità accende il fuoco dentro di noi. Per cui non dobbiamo avere paura mai. Quando ci capita di dubitare di noi stessi, dobbiamo ricordarci chi abita in noi, la forza e l’amore che vivono nel nostro cuore. Per cui ogni mattina, quando ti alzi ripeti questa frase prima di iniziare la tua giornata: Tranquillo, io sono con te tutti i giorni della tua vita.
Poi davvero non sarà più il solito tran tran. Credici.


 

Vangelo del giorno

E Yeshua disse loro: Quando andate in tutto il mondo annunciate la buona notizia a tutta la creazione.
Chi avrà creduto e sarà stato immerso sarà salvo,
ma chi non avrà creduto sarà condannato.
Questi i segni che accompagneranno chi ha creduto:
nel mio nome cacceranno i demoni, parleranno nuove lingue,
prenderanno in mano serpenti e, se avranno bevuto qualcosa di mortale,
non nuocerà loro, imporranno le mani sui malati e bene avranno.
Dunque, il Signore Yeshua, dopo aver parlato loro,
fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio.
Quelli allora andati annunciarono ovunque,
mentre il Signore operava con loro e confermava la parole con i segni che li accompagnavano.

Mc 16,15-20


 

Preghiera

Quando ho paura: Tu sei con me.

Quando mi sento solo: Tu sei con me.

Quando nessuno si schiera dalla mia parte: Tu sei con me.

Quando mi vergogno di me stesso: Tu sei con me.

Quando sento di non avere le forze
e mi viene da gettare la spugna: Tu sei con me.

Quando il dolore incombe e la nostalgia si fa sentire: Tu sei con me.

Quando sopraggiungono la tristezza, la noia e l’inedia: Tu sei con me.

Quando compio continui sbagli di mira: Tu sei con me.

Quando non vedo più niente a causa della rabbia: Tu sei con me.

Quando non so dove trovare la forza: Tu sei con me.

Quando non so più dove aggrapparmi,
cosa fare o dove sbattere la testa: Tu sei con me.

Quando devo prendere una decisione, operare una scelta:
Tu sei con me.

Quando mi immergo nelle situazioni fino a oltrepassarle:
Tu sei con me.

Quando c’è il sole dentro me e avverto la gioia di vivere:
Tu sei con me.

Quando la vita mi sorride: Tu sei con me.

Quando prego, lodo e canto: Tu sei con me.

In ogni situazione: Tu sei con me.
Non ci sarà mai un giorno della mia esistenza
in cui io mi possa sentire abbandonato.

Tu sei e sarai sempre con me.

Tu sei e sarai sempre per me.

Tu sei e sarai sempre in me.

Perché se guardo a me, non sono nessuno,
ma se guardo Te, tutto è possibile.

Beata Vergine Maria di Fatima

 

Il 5 maggio 1917, nel perdurare della prima guerra mondiale, papa Benedetto XV invitò i cattolici del mondo a unirsi in preghiera per ottenere la pace per intercessione della Vergine Maria. La Madonna rispose, otto giorni dopo, apparendo il 13 maggio a tre pastorelli portoghesi, Lucia di 10 anni, Francesco di 9 e Giacinta di 7, che abitavano in un paesino di nome Fatima in Portogallo. La Signora tutta vestita di bianco, più splendente del sole apparve sopra un leccio di una località in aperta campagna chiamata Conca di Iria.
 

La Donna dal bellissimo volto con le mani giunte in atto di preghiera da cui pendeva il rosario, chiese ai ragazzi di tornare in quel luogo ogni 13 del mese da maggio a ottobre. Lucia, la maggiore, raccomandò ai due cugini di non riferire nulla a casa; tuttavia Giacinta si lasciò sfuggire il segreto e il 13 giugno successivo i pastorelli non si recarono sul posto da soli.
 

Il 13 luglio Lucia esitò ad andare all’appuntamento perché i genitori l’avevano bistrattata, ma si lasciò convincere da Giacinta: in occasione di questa terza apparizione Maria promise un miracolo perché la gente potesse credere ai fanciulli.
 

Tuttavia il 13 agosto i tre veggenti, rinchiusi in carcere, non poterono recarsi a Cova di Iria. Nel corso delle apparizioni, sei in totale, la Vergine, tramite i ragazzi, invitava pressantemente gli uomini alla preghiera, alla conversione e alla penitenza. La Madonna rivelò inoltre tre segreti da far conoscere a tempo opportuno. I primi due riguardavano i ragazzi stessi, due dei quali, Francesco e Giacinta, furono presto chiamati alla casa del Padre. Il terzo segreto, invece, venne messo per iscritto da suor Lucia nel 1944 e venne reso parzialmente pubblico nell'anno 2000 per volontà di Giovanni Paolo II, che all'intercessione della Madonna di Fatima attribuiva la sua sopravvivenza all'attentato del 13 maggio 1981.
 

Secondo quanto scriveva suor Lucia nel suo libro I ricordi, la Madonna fece vedere ai ragazzi l'orrore dell'inferno per mostrare il pericolo che incombeva sugli uomini. Vi si poteva sfuggire diffondendo nel mondo la devozione al cuore immacolato di Maria, che avrebbe sconfitto tutti i persecutori della Chiesa.
 

Quello che invece avvenne il 13 ottobre 1917, rimane uno dei più noti e straordinari eventi mai accaduti nella storia. La notizia preannunciata da tempo era arrivata ovunque, anche grazie alla rilevanza che l’annuncio aveva avuto sulla stampa portoghese. Fin dalla vigilia, gruppi di pellegrini si erano messi in cammino scalzi. Si erano spopolati villaggi, interi paesi e persino le città vicine: tutti avevano lasciato case e campagne per dirigersi al luogo delle apparizioni. Non vi erano solo persone pie e religiose, ma anche curiosi e atei pronti a deridere tutti gli accorsi all’evento.
 

Tra le settantamila persone presenti vi erano anche diversi giornalisti che descrissero minuziosamente l’evento prodigioso cui avevano assistito in prima persona. Insieme a loro, anche scienziati come José Maria Proenca de Almeida Garrett, professore alla facoltà di Scienze naturali dell’Università di Coimbra che lasciò una bellissima testimonianza di questo fenomeno.
 

Esattamente a mezzogiorno le nubi si diradarono e cessò la pioggia battente, che aveva reso Cova un campo fangoso. In quel momento Lucia gridò: Silenzio! Silenzio! Viene la Madonna, viene la Madonna! Mentre i tre fanciulli contemplavano estatici l’apparizione mariana, ebbe inizio il miracolo annunziato sotto gli occhi sbalorditi delle migliaia di persone presenti. Tutte riferirono di aver visto il disco solare cambiare colore, dimensione e posizione per circa dieci minuti. Cominciò a muoversi velocemente, a roteare, sembrava si dovesse staccare dal cielo e precipitare sulla folla. Il colore dell’atmosfera era cambiato, ogni cosa, sia vicina che lontana, aveva assunto una colorazione giallognola.

La gente ammirò quel prodigio guardando i movimenti del sole per minuti senza rimanerne accecata. Quanto il disco solare tornò al proprio posto, la folla che aveva gli abiti letteralmente inzuppati di pioggia, si rese conto che indossava vestiti completamente asciutti, così come miracolosamente asciutto era il terreno. I piccoli veggenti videro anche, vicino al sole, Yeshua, Maria e San Giuseppe che impartivano la grande benedizione sul mondo.

 

Dopo un approfondito esame da parte del Vescovo Don José Alves Correia da Silva, il 13 ottobre del 1930 le apparizioni di Fatima vennero riconosciute ufficialmente e venne ammesso il culto. Nel corso degli anni successivi alle apparizioni furono costruiti una basilica e alcuni conventi: Fatima diventò uno dei più famosi e importanti santuari al mondo.
 

Il cuore immacolato di Maria è totalmente impregnato dell'atteggiamento di accettazione del piano di Dio, unica cosa che oggi conta davvero imparare ad accogliere nella nostra vita.


 

Vangelo del giorno

Dicono i suoi discepoli: Ecco adesso parli apertamente e non dici alcuna similitudine.
Adesso sappiamo che sai tutte le cose e non hai bisogno che qualcuno ti interroghi:
per questo crediamo che sei uscito da Dio.
Rispose a loro Yeshua: Adesso credete?
Ecco viene un’ora, ed è venuta, che sarete dispersi ciascuno alle proprie cose
e mi lascerete solo: e non sono solo, perché il Padre è con me.
Vi ho detto queste cose affinché abbiate pace in me.
Nel mondo avete tribolazione; ma abbiate coraggio, io ho vinto il mondo.

Gv 16,29-33


 

Preghiera di affidamento a Maria

Maria, maestra del cammino, Tu che, affidandoti a Dio, hai conosciuto il senso di un annuncio che ha cambiato il significato della storia e della vita di ogni uomo, insegnaci ad avere risposte nuove di fede alle domande che l’esistenza oggi ci pone.

Chaire, Maria…

 

Maria, tu che hai sperimentato la sollecitudine gioiosa di chi corre per condividere la bellezza della vita nascente e hai vissuto la fatica del viaggio in terre lontane, consumando i tuoi sandali nella polvere di vie senza accoglienza e senza amore, aiutaci ad avvicinarci a Yeshua, attraverso l’unico percorso da Lui stesso preparato per noi.

Chaire, Maria…

 

Maria, donna dal cuore accogliente, capace di vivere con serena disponibilità le indicazioni proposte dalla Vita, suggerisci anche a noi il modo per essere un timido riflesso della presenza di Dio nel mondo.

Chaire, Maria…

 

Maria, tu hai accompagnato i primi passi di Yeshua, nostro Signore, nelle strade note di Nazareth, nelle strade difficili di Galilea, nelle vie obbligate di Gerusalemme, lungo la via dolorosa della croce, assistici nei momenti felici e in quelli paurosi della nostra vita.

Chaire, Maria…

 

Maria, vogliamo essere nuovo seme da spargere nel terreno di questo mondo da purificare e ripulire con verità e giustizia, nel dono di noi stessi e nel servizio del prossimo.

Chaire, Maria…

 

Maria, a Te affidiamo il nostro cammino: concedi a ciascuno di noi di crescere nella fede-amante per seguire con gioia le procedure di Yeshua, l’unigenito Figlio di Dio.

Amen.

San Mattia apostolo

 

Mattia, abbreviazione del nome ebraico Mattatia che significa dono di Dio, secondo la Legenda aurea e gli Atti apocrifi nasce a Betlemme da una illustre famiglia della tribù di Giuda, presumibilmente la stessa di Giuda Iscariota.

Egli è uno dei settantadue discepoli di Yeshua cresciuto alla sua scuola e testimone dei suoi prodigi. Proprio per questo viene eletto al posto dell’apostolo traditore ai fini di completare il numero simbolico dei Dodici, che richiama i dodici figli di Giacobbe e quindi le dodici tribù d’Israele.
 

Questa informazione assume un importante rilievo proprio perché assimilerebbe i dodici Apostoli al Consiglio degli Anziani delle Dodici tribù che governavano insieme ai re-patriarchi di Israele.

Nei Vangeli la successione patriarcale delle Dodici Tribù di Israele viene riconfermata come perennemente valida: Amen dico a voi: Voi che mi avete seguito, nella nuova creazione, quando il Figlio dell'uomo siederà sul trono della sua gloria, siederete anche voi su dodici troni giudicando le dodici tribù di Israele (Mt 19,28).
 

Questo passo risulta infatti coerente col pieno rilancio dell'intera Legge mosaica: Non crediate che io sia venuto per annullare la legge o i profeti: non sono venuto ad annullare, ma a compiere. Amen, infatti dico a voi: finché non passino il cielo e la terra, un solo iota o una sola virgola non passerà affatto dalla legge, finché avvengano tutte le cose. Chi dunque sciogliesse uno solo di questi comandi anche minimi e così insegnasse agli uomini sarà chiamato minimo nel regno dei cieli. Ma colui che fa e insegna questi precetti, costui sarà grande nel regno dei cieli. Dico infatti a voi che se la vostra giustizia non abbonda più degli scribi e dei farisei, non entrerete affatto nel regno dei cieli (Mt 5,17-20).
 

Inoltre anche le sedi patriarcali o apostoliche della chiesa primitiva sono state poi censite in numero di dodici.

Ora di Mattia si parla solo nel primo capitolo degli Atti degli apostoli, quando viene chiamato a ricomporre il numero di dodici in sostituzione, appunto, di Giuda Iscariota, l’economo della comunità, che probabilmente conosceva. Viene scelto davanti a circa centoventi persone attraverso un sorteggio in cui la preferenza divina cade su di lui e non sull'altro candidato tra quelli che erano stati discepoli di Cristo e lo avevano frequentato dal tempo della sua immersione sul Giordano fino all’ascensione, ovvero Giuseppe detto Barsabba.
 

Questo fatto costituisce a tutti gli effetti la prima elezione a dignità ecclesiastica (cfr. At 1,15-26). Mattia accetta questa carica di grande responsabilità con rendimento di grazie a Dio, rimanendo nel cenacolo in compagnia degli altri Apostoli e di Maria fino al giorno in cui lo Spirito Paraclito discende sopra ognuno di loro portando i suoi doni.
 

Dopo l’evento della Pentecoste, il discepolo inizia a diffondere il Vangelo nel mondo, anche se non si hanno più notizie certe su di lui. Secondo Niceforo egli predica prima in Giudea e poi in Etiopia prima di essere crocifisso. La sinossi di Doroteo contiene invece questa tradizione: Mattia predicò il Vangelo all'interno dell'Etiopia, dove è porto sul mare di Hyssus ed il fiume Phasis, agli uomini barbari e carnivori. Poi morì a Sebastopoli, ed è sepolto qui presso il tempio del Sole.
 

Sembra da questi dati che nella divisione del mondo da evangelizzare S. Mattia abbia avuto come campo di apostolato l'Etiopia. Da quel momento egli ha consacrato l'intera sua vita alla predicazione della dottrina della salute e della salvezza eterna, riportando validi risultati.
 

Nelle sue istruzioni insisteva massimamente sulla necessità di mortificare la carne reprimendo i desideri della sensualità, come aveva imparato dal Maestro e come egli stesso praticava. Clemente Alessandrino a tal proposito ricorda una sentenza che i Nicolaiti ascrivono a Mattia: Noi dobbiamo combattere la nostra carne, non mettere valore in essa, e non concederle niente che possa adularla, ma piuttosto incrementare la crescita della propria anima con la fede e la conoscenza.
 

Non si sa con precisione per quanti anni abbia predicato, ma si intuisce come egli sia stato fedele al suo apostolato, coronando le sue virtù ed il suo zelo con il martirio.

Una tradizione di dubbio valore storico infine ci tramanda che Mattia avrebbe subito il martirio nel l’80 a Gerusalemme mediante la lapidazione dai giudei prima di essere decapitato, secondo la tradizione con un'alabarda, suo attributo iconografico. La tradizione ha tramandato infatti l'immagine di un uomo anziano con in mano quest’arma inastata a punta.
 

Tuttavia non c'è evidenza storica né della sua morte violenta, né sul luogo della morte, né sul fatto che le reliquie siano state portate da sant'Elena, madre dell'imperatore Costantino, una parte a Treviri in Germania e una parte in Santa Maria Maggiore a Roma.

Oggi le reliquie di Mattia sono contenute in un'arca marmorea nel transetto dalla basilica di Santa Giustina a Padova, a poca distanza dall'arca dell'evangelista san Luca.
 

San Mattia è patrono di ingegneri, macellai e alcolisti pentiti.


 

Vangelo del giorno

Come il Padre ha amato me anch’io ho amato voi;
rimanete nel mio amore.
Se osservate le mie procedure, rimanete nel mio amore,
come io ho osservato le procedure del Padre mio e rimango nel suo amore.
Queste cose vi ho detto affinché la gioia, quella mia, sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Questa è la procedura quella mia: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi.
Nessuno ha un amore più grande di questo: che qualcuno offra la sua vita per i suoi amici.
Voi siete miei amici se fate le cose che io vi comando.
Non vi chiamo più schiavi, poiché lo schiavo non sa cosa fa il suo padrone;
invece vi ho chiamati amici, perché tutte le cose che ho udito dal Padre mio ve le ho fatte conoscere.
Non voi avete scelto per voi me, ma io ho scelto per me voi e ho posto voi affinché andiate e frutto portiate
e il vostro frutto continui a esistere,
affinché qualunque cosa chiediate al Padre nel mio nome dia a voi.
Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri.

Gv 15,9-17


 

Preghiera

San Mattia, discepolo di Yeshua,
che fin dalla giovinezza hai donato tutto te stesso
per la causa del Vangelo
fino a rientrare nel numero dei dodici Inviati,
sentiamo il bisogno di imparare quello stile di vita
fondato sull’amore di Dio e del prossimo,

il solo che offre garanzie di eternità,
per seminare tutto ciò che siamo, oggi e sempre.

San Mattia, testimone del Signore,
della sua immersione, risurrezione e ascensione al cielo, 
come te anche noi vogliamo vivere al meglio la nostra vita

seguendo le indicazioni del Maestro
per diffondere nel mondo la vera gioia
quella che riesce a contagiare anche altre persone
al desiderio di un’esistenza nuova e più profonda,
che profumi già di regno dei cieli,

San Mattia, scelta preferenziale del Padre,

chiamato a prendere il posto di Giuda

sotto la guida luminosa dello Spirito Santo,

dopo aver compreso con te la divina chiamata
che interpella il cuore e l’anima,
desideriamo divenire servi intelligenti a favore del bene e bello per l’umanità
e felici e insaziabili cantori delle lodi alla Santissima Tri-unità.

San Mattia, intrepido evangelizzatore,
che hai diffuso in tutte le contrade della Giudea e dell’Etiopia
il lieto messaggio di pace, bellezza e bontà,
mostraci la retta via per non cedere di fronte alle difficoltà odierne,
insegnaci a cercare la verità in ogni cosa

per non lasciarci anestetizzare dai tre poteri che stanno sottomettendo l’umanità
e spingici verso quella vita autentica che non ha prezzo
e mai scende a compromessi con il passato, con i legami e con gli interessi.
San Mattia, martire di Dio,
che anche nel momento più cruento della vita
hai donato il perdono agli esecutori del tuo supplizio,

abbiamo bisogno di ottenere la grazia di non temere il tempo della persecuzione,
rimanendo con il sorriso radicati in te e fedeli alle tue promesse,
per dare così spazio e movimento alla nuova comunità,
quella che sta lentamente e gradualmente
venendo alla luce, passo dopo passo.

Amen.

Pentecoste
 

La parola Pentecoste significa 50 giorni.

Agli inizi si trattava della festa cananea della mietitura. Non appena gli ebrei giunsero in Palestina acquisirono questa liturgia. Il centro del rito consisteva nell’offerta a Dio delle primizie del raccolto (cfr. Dt 23,15-21). Con Mosè gli ebrei inserirono questa festa nella storia della salvezza. Così a Pentecoste si celebrava il dono della legge sul Sinai a tutto il popolo ebraico.
Per i cristiani, invece, la Pentecoste ricorda la discesa dello Spirito sugli apostoli (cfr. At 2,1-12). Dio è presente in loro in un’altra forma. Se questo è vero la vera via da seguire non sono più le Dieci Parole (comandamenti) ma l’ascolto dello Spirito.

 

Fede non è eseguire un comandamento ma permettere a Dio di vivere, secondo la sua forma, in noi. La vera obbedienza è al Dio che ci abita.

Pentecoste è allora operare un salto qualitativo, quantico, passare da un livello di superficie più basso ad un livello più alto, interno, trasformando la materialità in spiritualità.
 

Nel brano degli Atti degli apostoli vi sono tre immagini che richiamano lo Spirito Santo.

Il vento, non tanto quello esterno, materiale, ma quello interno, spirituale. Il vento è la libertà che ognuno può avere: chi ce l’ha, ha il coraggio di uscire, di esporsi al giudizio, di affrontare le sfide, di osare, di rischiare, di esprimersi per ciò che lui/lei è… Quando manca il vento si è nella condizione di blocco e di paura. Il vento soffia dove vuole e ascolti la voce di lui ma non sai dove viene e dove va; così è ogni nato dallo Spirito (Gv 3,8).
 

Il fuoco: le lingue non sono lingue fisiche, ma è il fuoco che si accende dentro, la passione che arde nel cuore. Il fuoco è la forza, la tenacia, l’ardore, il coraggio, “l’essere presi”, il giocarsi del tutto per una causa o per un motivo, l’entusiasmo, la vitalità che brucia dentro l’anima. Se manca si diventa freddi, senza motivazioni, rinchiusi. Fuoco sono venuto a portare sulla terra e come vorrei che fosse già acceso. (Lc 12,49)
 

Parlare le lingue: non si tratta di conoscere tutte le lingue del mondo, ma di conoscere la lingua dell’amore, la lingua dei vivi, quella che tocca, che fa vibrare, che parla al cuore della gente (cfr. Mc 16,17).
 

Vivere immersi nello spirito significa cambiare prospettiva, avere occhi nuovi, desideri divini. La stessa vita può essere terribilmente materiale o incredibilmente spirituale, piena di buio o di luce. Tutto può essere materia o tutto può essere spirito, dipende da ciò che abita il nostro cuore. Lo Spirito Santo diventa visibile a chi lascia spazio al proprio cuore!


 

Vangelo del giorno

Dice Yeshua: Quando verrà il Consolatore che io invierò a voi dal Padre,
lo Spirito di verità che proviene dal Padre, egli testimonierà riguardo a me;
e voi poi testimoniate, perché siete con me dall’inizio. (…)

Ho ancora molte cose da dirvi, ma non potete portarle per ora.
Ma quando verrà quello, lo Spirito di verità, vi precederà nella verità tutta:
infatti non canterà da sé, ma canterà quanto ascolterà e vi annuncerà le cose venienti.
Quello mi glorificherà perché prenderà dal mio e ve lo annuncerà.
Tutte quante le cose che ha il Padre sono mie:
per questo ho detto che prende dal mio e lo annuncerà a voi.

Gv 15,26-27; 16,12-15

 

 

Preghiera

Prepara sette lumini e accendine uno ad ogni invocazione

 

Spirito Santo, donami la tua Sapienza.
La Parola e le procedure di Yeshua non siano per me un peso o un limite alla libertà, ma la risposta ai miei desideri più veri, alle mie aspirazioni più belle, per poterle vivere con gioia, entusiasmo e coraggio nella vita di ogni giorno. Spirito Santo donami il gusto e il sapore della verità e della tua giustizia.

 

Spirito Santo, donami il tuo Intelletto.
Aiutami a vincere la crosta dura del “fan tutti così” e dell’apparenza, per arrivare alla verità delle cose: a ciò che conta e che dura, che non mostra ma dona, che non incanta, ma costruisce. Spirito Santo donami un’intelligenza limpida e uno sguardo penetrante.


Spirito Santo donami la tua Scienza
per dare profondità e ordine alla mia conoscenza che spesso non sa andare al di là di ciò che vede, tocca e misura. Donami la tua scienza per avere gli occhi capaci di cogliere in tutte le creature la bellezza del Creatore e avere la saggezza di custodirla. Donami la tua scienza per avere orecchi capaci di cogliere la voce del creato che mi invita a lodare e a ringraziare Dio sin dalle prime luci del mattino.

 

Spirito Santo, donami il tuo Consiglio.
Aiutami a cercare la verità animato dall’amore, ad imparare ad amare senza attaccamenti e a creare la pace senza scadere nel pacifismo timido e inconcludente. Aiutami a non cedere al relativismo delle opinioni, a rispettare tutti senza rinunciare alle mie intuizioni e al mio sentire. Aiutami ad essere umile senza nascondere la mie capacità e senza sfuggire alle mie responsabilità. Aiutami a cercare la giustizia senza parzialità e sotterfugi e senza mai dimenticare il perdono e la misericordia.

 

Spirito Santo, donami la tua Fortezza
per non cedere all’istinto del dominio, dell’arroganza e della prepotenza. Donami la tua fortezza per non lasciarmi convincere nel seguire ciò che è mortale e per avere il coraggio di spendermi a favore del bello e del bene. Donami la fortezza per non rispondere a violenza con altra violenza, desistendo dal scendere in pista per combattere perché solo i miti abiteranno la terra e nella pace continueranno a vivere.

 

Spirito Santo donami la tua Pietà
per essere pronto ad affidarmi a Dio Padre con abbandono fiducioso in tutte le situazioni che la vita mi pone davanti, per sentirLo vicino anche nei momenti di difficoltà e di sofferenza, quando si insinua in me il sospetto che Egli non sia più al mio fianco ed io cada in balìa delle mie deboli forze. Spirito Santo non voglio più pensare male di Dio.

 

Spirito Santo donami il Timore di Dio
per non dimenticare che la mia grandezza sta nell’essere sua creatura, per non cedere alla tentazione di voler essere come Lui anzitempo, per resistere alla presunzione di poter decidere da me ciò che è vitale e ciò che è mortale. Donami il Timore di Dio, affinché, pieno di stupore per la sua immensità, verità, bontà e bellezza, l’oggetto dei miei pensieri sia sempre ciò che è vero, buono ed utile alla vita.
Amen.

Beata Vergine Maria Madre della Chiesa

Questa memoria che si celebra il lunedì dopo la Pentecoste, giorno in cui nasce la Chiesa, ci ricorda come la maternità divina di Maria si estenda, per volontà di Yeshua, verso tutti gli uomini ovvero verso la Chiesa stessa che a lei si affida.

Questo titolo mariano già presente nella sensibilità di Sant’Agostino, di San Leone Magno, di Benedetto XV e di Leone XIII, compare in modo ufficiale in data 21 novembre 1964, quando papa Paolo VI, a conclusione della terza Sessione del Concilio Vaticano II, dichiara la Vergine “Madre della Chiesa”. Nel 1975, la Santa Sede propone anche una Messa votiva in onore della Madre della Chiesa, che però non entra nella memoria del Calendario liturgico. Anche san Giovanni Paolo II, nel 1980, invita a venerare Maria come Madre della Chiesa, ma bisogna attendere  l’intervento di papa Francesco che, nell’11 febbraio 2018, 160° anniversario della prima apparizione della Vergine a Lourdes, dispone di rendere obbligatoria questa memoria.

Oggi celebriamo Maria che sta sotto la croce e non lascia di seguire Yeshua nemmeno di fronte alla sua morte: da Lui riceve in affidamento Giovanni e con Lui tutta l’umanità.

Maria è invitata a dire un nuovo “Eccomi”più convinto e più maturo, capace di andare oltre la soglia del pensare umano. Il Sì di Maria non è detto una volta per tutte, ma cresce, matura attraverso gli avvenimenti della vita, compreso quello della “Croce”, dove Ella “sta”. Ed è proprio in questa fedeltà raggiunta, che Maria riceve una nuova missione, quella di divenire “Madre della Chiesa”, anzi Madre di una nuova comunità. Madre, perché ci rigenera nella grazia, pur che impariamo a crescere nella statura di Cristo (cfr Ef 4,7-13).

Questa festa ci aiuta allora a ricordare che la vita in Yeshua deve evolvere, avanzare, svilupparsi dal profondo del cuore. Come Maria ha saputo “stare” sotto la Croce, senza evitare di scappare dalla fatica del capire e anche del soffrire, così Maria, Madre, saprà “stare” accanto a ciascuno dei suoi figli. Allo stesso modo questi ultimi, come nuovi Giovanni, sapranno invocarla nei momenti chiave della vita come quando stanno per costruire comunità o quando stanno per compiere un passaggio nel proprio cammino, o quando si verrano a trovare di fronte a situazione contrarie. Ciò che conta è saper stare, esserci, rispondere con il Sì a tutto ciò che la vita ci pone davanti, accettandolo per poi imparare a leggerlo e a trasformarlo con la potenza della Parola di Dio.


 

Vangelo del giorno

Stavano allora presso la croce di Yeshua la madre di lui, la sorella di sua madre, Maria, quella di Clèopa e Maria Maddalena. Yeshua allora, avendo visto la madre e accanto il discepolo che amava, dice alla madre: Donna, ecco il figlio di te. Poi dice al discepolo:  Ecco la madre di te. E da quell’ora il discepolo prese lei fra le proprie cose.

Dopo questo, Yeshua, sapendo che ormai tutte le cose erano adempiute, affinché si adempisse la Scrittura, dice: Ho sete. Giaceva un vaso pieno di aceto; allora posero una spugna, piena di aceto, avendola posta intorno a un issopo, l’accostarono alla sua bocca. Quando dunque prese l’aceto, Yeshua disse: È compiuto!
E, reclinato il capo emise lo spirito.
Poiché era la Parascève, i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce di sabato, era infatti un giorno grande quel sabato, domandarono a Pilato che fossero rotte le loro gambe e fossero tolti.
Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe del primo e dell’altro concrocifisso con lui, ma venuti da Yeshua, come videro che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con la lancia gli trafisse il fianco, e subito uscì sangue e acqua.

Gv 19,25-34


 

Preghiera

Maria, Madre, della nuova umanità,

portaci a Dio ripetendo quell’Eccomi,
come grande Sì alla Vita e all’Amore.
Insegnaci ad aprire il nostro cuore all’ascolto del Logos,
perché possiamo riconoscere la voce di Dio e la sua chiamata
negli eventi che ogni giorno ci interpellano chiedendo risposte.

Sveglia in noi il desiderio di seguire i passi di Yeshua,
uscendo dalla “nostra” terra fatta di legami e attaccamenti

per accogliere la sua promessa fatta di crescita e di sviluppo
della nostra persona, dei nostri talenti e del nostro spazio libero di movimento.

Aiutaci a lasciarci toccare dalla Grazia, tu che ne sei ricolma,

perché possiamo sentire di appartenere alla bellezza del regno di Dio
senza dubitare mai della sua Presenza.

Spingici ad affidarci pienamente a Yeshua,
a credere nella funzionalità delle sue indicazioni,
soprattutto nei momenti di difficoltà e tribolazione,
quando la nostra fede è chiamata a maturare.

Semina in noi, Maria, la gioia del Risorto,
ricordandoci che non siamo mai soli
e che se impariamo ad unirci nel suo nome,
non avremo più nulla da temere.

Vogliamo imparare a guardare l’esistenza con gli occhi di Yeshua,
in attesa del suo ritorno
dove tutto tornerà nell’ordine e nell’armonia
stabiliti da sempre dall’eterno Padre.

Maria, siediti ancora accanto a noi,
mostraci la posizione amante del figlio di Dio,
che nella meditazione, attende silente,

Il dono dello Spirito,
prima di dirigersi nella vita
con nuove scelte e nuove azioni.

Amen.

 

Santa Rita da Cascia

Sulla vita di di Santa Rita c’è pochissima documentazione storica. Tra le fonti più o meno coeve, abbiamo l'iscrizione e le immagini dipinte sulla "cassa solenne" del 1457, il Codex miraculorum, un elenco di miracoli registrato dai notai su richiesta del comune di Cascia, preceduto da una breve biografia e una tela a sei scomparti con episodi della vita datata intorno al 1480. La prima ricostruzione agiografica completa è del 1610, ad opera di padre Agostino Cavallucci, agostiniano, basata sulla tradizione orale che si rifà ai racconti interni al monastero di Cascia e a quelli degli abitanti di Roccaporena, oltre che alle poche fonti iconografiche precedenti.

Margherita Lotti, vero nome di Rita, nasce a Roccaporena, una frazione montagnosa a circa cinque chilometri da Cascia in provincia di Perugia, intorno all’anno 1381. In realtà questa data dipende da quella della morte che Papa Leone XIII, in occasione della canonizzazione di Santa Rita, stabilisce nell’anno 1457.

Sempre secondo le biografie tradizionali, Rita nasce da Antonio Lotti e Amata Ferri, genitori già anziani, molto religiosi, proprietari di terreni agricoli, nominati dal Comune come "pacieri di Cristo" nelle lotte politiche e familiari tra guelfi e ghibellini, visto che Roccaporena era sede di un castello ghibellino.

Antonio e Amata indirizzano la figlia molto presto verso il matrimonio. Infatti Rita, rinunciando al suo desiderio monacale, sposa, nella chiesetta di San Montano a Roccaporena, Paolo di Ferdinando di Mancino forse un ufficiale della guarnigione di Collegiacone, uomo orgoglioso ed irruente della fazione ghibellina.

Grazie al suo carattere mite, Rita riesce ad acquietare, nel tempo, lo spirito impulsivo e violento del marito, tanto da fargli abbandonare le armi per passare al lavoro presso un mulino da poco accomodato come loro casa. Nascono così i loro due figli, forse gemelli, Giangiacomo Antonio e Paolo Maria. Purtroppo una sera, in piena notte, mentre rincasava, il marito viene ucciso, probabilmente da suoi ex-compagni, a causa di rancori passati ed accuse di tradimento. Rita senza provare alcun risentimento, anzi perdonando gli assassini, comincia a pregare anche per i due figli che stavano pensando alla vendetta, cosa molto comune a quei tempi. Si racconta che ella chiedesse a Dio la loro morte in modo che non avessero a sporcarsi le mani di sangue. La sua preghiera, umanamente incomprensibile, viene esaudita: i due figli, di lì a poco, quasi contemporaneamente, lasciano questa terra a causa di una malattia.

Abbandonata anche dai parenti del marito, Rita decide di prendere i voti ed entrare nel monastero agostiniano di Santa Maria Maddalena, a Cascia, ma le viene rifiutato per tre volte il noviziato, per ragioni non chiare.

Nel frattempo con tenacia, fede e preghiera, Rita riesce a convincere la famiglia del marito ad abbandonare ogni proposito di vendetta e a farla riconciliare con le fazioni degli assassini. Così nel 1407 Rita entra nel monastero di Cascia. Secondo la tradizione agiografica la Santa, in piena notte, viene portata in volo dal cosiddetto "scoglio" di Roccaporena, altura dove andava spesso a pregare, fin dentro le mura del monastero dove si trovavano le monache in preghiera, dai suoi tre santi protettori: Agostino, Giovanni l’Immergitore e Nicola da Tolentino che verrà canonizzato poco più tardi.

Qui Santa Rita si dedica per quarant’anni alla preghiera, a penitenze e a digiuni nel monastero e al servizio dei poveri e ammalati di Cascia, fuori di esso. Si narra che la badessa mise a dura prova la vocazione e l'obbedienza di Rita, facendole ad esempio annaffiare un arbusto di vite secco, presente nel chiostro del monastero che miracolosamente riprese vita portando frutto.

Un fatto singolare e prodigioso accade la sera del 18 aprile 1432, Venerdì Santo, dove ella ritiratasi in preghiera, dopo la predica di fra' Giacomo della Marca, riceve una spina dalla corona del Crocifisso che si va a conficcare dritta sulla sua fronte. Questa stigmata e la precaria salute obbligano però Rita a non spostarsi da Cascia. Nonostante questo limite nel 1446 parte per Roma, per assistere alla canonizzazione del predicatore agostiniano Nicola da Tolentino. In quell’occasione per permetterle di partire la ferita scompare per ritornare al suo rientro.

Per il resto del tempo Rita rimane malata. Qui nell'inverno prima di morire Ella manda una sua cugina a prendere una rosa e due fichi nel suo orto a Roccaporena. La cugina, incredula, pensando che delirasse, recandosi sul posto, trova effettivamente tra la neve la rosa rossa e i fichi richiesti.

Secondo la tradizione devozionale, quando nacque apparvero delle api bianche sulla sua culla, ora sul suo letto di morte, avvenuta il 22 maggio 1447, compaiono api nere. Per questo motivo le api, le rose e la spina sono diventati gli attributi iconografici più frequenti della Santa.

Rita viene beatificata da papa Urbano VIII nel 1626 e proclamata Santa da papa Leone XIII nel 1900. Dalle ricognizioni mediche effettuate nel 1972 e nel 1997 è emersa, sulla zona frontale sinistra, la presenza di tracce di una lesione ossea aperta, dovuta forse a osteomielite, mentre il piede destro mostra segni probabilmente di una sciatalgia di cui avrebbe sofferto negli ultimi anni di vita.

Il volto umanissimo di Santa Rita da Cascia ci svela uno sguardo capace di saper vedere al di là del dolore e della sofferenza, la bellezza di Dio che si nasconde dietro ogni cosa e la decisionalità e la perseveranza nel raggiungere, attraverso la preghiera e la dedizione a Lui, la nostra vocazione.

 


Vangelo del giorno

Dicono i suoi discepoli: Ecco adesso parli apertamente e non dici alcuna similitudine.
Adesso sappiamo che sai tutte le cose e non hai bisogno che qualcuno ti interroghi: per questo crediamo che sei uscito da Dio.

Rispose a loro Yeshua: Adesso credete?
Ecco viene un’ora, ed è venuta, che sarete dispersi ciascuno alle proprie cose e mi lascerete solo: e non sono solo, perché il Padre è con me. Vi ho detto queste cose affinché abbiate pace in me.
Nel mondo avete tribolazione; ma abbiate coraggio, io ho vinto il mondo.

Gv 16,29-33

 

Preghiera

Frutto dello Spirito è l’amore, Tu, Rita l’hai vissuto.

Desidero imparare ad amare.

Frutto dello Spirito è la pace.Tu, Rita l’hai vissuta.

Voglio diventare operatore di pace.

Frutto dello Spirito è la gioia.Tu, Rita l’hai vissuta.

Desidero vivere nella gioia del Vangelo.

Frutto dello Spirito è la perseveranza.Tu, Rita l’hai vissuta.

Voglio crescere nel dono della costanza e del coraggio.

Il frutto dello Spirito è il perdono.Tu, Rita lo hai vissuto.

Scelgo ogni giorno di chiedere perdono a Dio e di offrirlo alle sorelle e ai fratelli.

Frutto dello Spirito è la purezza.Tu, Rita l’hai vissuta.

Decido, qui e ora, di seguire la via dei puri di cuore.

Frutto dello Spirito è la fedeltà.Tu, Rita l’hai vissuta.

Ottienimi di rimanere ancorato solo in Dio.

Frutto dello Spirito è il dominio di sé. Tu, Rita lo hai vissuto.

Desidero evolvere in autonomia e interdipendenza.

Frutto dello Spirito è il desiderare i desideri di Dio.Tu, Rita l’hai vissuto.

Aiutami a seguire solo Lui.

 

Santa Rita, prescelta da Dio come avvocata per i casi più disperati,
ho bisogno di una serena fiducia nella vita e di calma interiore,
in questo particolare momento della vita.

Ricerco la mansuetudine per essere docile al progetto di Dio,
fortezza per far fronte alle prove della vita,
amore per dare senso al mio camminare.

Per questo aiutami nel chiedere la grazia al Signore di (…)
per tornare ad essere nella gioia
secondo i Suoi desideri,
in modo che questo mio nuovo passaggio
possa essere a beneficio di molti.

Amen.

Beata Vergine Maria Ausiliatrice

Uno dei titoli con i quali viene invocata Maria è Auxilium christianorum, aiuto dei cristiani che compare per la prima volta, nella versione delle litanie lauretane pubblicata nel 1576 e approvata da Papa Clemente VIII nel 1601; essa era assente nella versione più antica, risalente al 1524, dove troviamo invece l’espressione Advocata christianorum .
 

L’utilizzo ufficiale dell’invocazione si ebbe con il papa mariano e domenicano san Pio V che le affidò le armate ed i destini dell’Occidente e della Cristianità, minacciati da secoli dai turchi arrivati fino a Vienna e che, nella grande battaglia navale di Lepanto, affrontarono e vinsero la flotta musulmana il 7 ottobre del 1571.

Il papa istituì per questa gloriosa e definitiva vittoria, la festa del Santo Rosario, anche se la riconoscente invocazione è da attribuirsi ai reduci vittoriosi che, ritornando dalla battaglia, passarono per Loreto a ringraziare la Madonna; lo stendardo della flotta invece, fu inviato nella chiesa dedicata a Maria a Gaeta dove è ancora conservato.

 

Il culto alla Vergine, pur continuando nei secoli successivi, ebbe degli alti e dei bassi, finché nell’Ottocento due grandi figure della santità cattolica, per strade diverse, ravvivarono la devozione per la Madonna del Rosario: il beato Bartolo Longo per la Madonna di Pompei e San Giovanni Bosco a Torino per la Madonna Ausiliatrice.

Il grande educatore ed innovatore torinese, pose la sua opera di sacerdote e fondatore sin dall’inizio, sotto la protezione e l’aiuto di Maria Ausiliatrice, a cui si rivolgeva per ogni necessità, specie quando le cose andavano per le lunghe e s’ingarbugliavano. Le sue parole verso Maria suonavano più o meno così: E allora incominciamo a fare qualcosa?

 

Giovanni Bosco divenne così il più grande devoto e propagatore del culto a Maria Ausiliatrice, la cui festa era stata istituita sotto questo titolo e posta al 24 maggio, qualche decennio prima da papa Pio VII, nel 1815, in ringraziamento a Maria per la sua liberazione dalla ormai quinquennale prigionia napoleonica a Fontainebleau e il successivo rientro a Roma. In origine la festa era limitata alla Chiesa di Roma, ma fu presto adottata dalle diocesi toscane nel 1816 e poi estesa alla Chiesa universale.
 

Inoltre don Bosco la scelse anche come patrona principale della famiglia salesiana e delle sue opere: nel 1862 iniziò a edificare nel rione Valdocco di Torino una basilica dedicata all'Ausiliatrice, consacrata il 27 ottobre 1868. Una nuova chiesa dedicata all'Ausiliatrice fu edificata più tardi per i salesiani sulla via Tuscolana a Roma nel 1932: fu elevata al grado di basilica e fu eretta in diaconia nel 1967.
 

Inoltre il santo pose sotto la sua materna protezione gli Istituti religiosi da lui fondati e ormai sparsi in tutto il mondo: la Congregazione di S. Francesco di Sales, sacerdoti chiamati normalmente Salesiani di don Bosco; le Figlie di Maria Ausiliatrice, suore fondate con la collaborazione di Santa Maria Domenica Mazzarello e per ultimi i Cooperatori Salesiani, laici e sacerdoti che intendono vivere la spiritualità che si ispira a don Bosco. All'Ausiliatrice sono intitolate anche le congregazioni.
 

Maria ausiliatrice è venerata come protettrice e guida della Chiesa nei secoli, fedele compagna di viaggio degli uomini di Dio che annunciano il Vangelo di Yeshua, madre dell’umanità che si affida con amore al Signore della Vita.

 


Vangelo del giorno

Dice Yeshua: E non sono più nel mondo, ma essi sono nel mondo e io vengo a Te.
Padre santo custodisci loro nel tuo nome che mi hai dato, affinché siano uno come noi.
Quando io ero con loro li conservavo nel tuo nome che mi hai dato e li ho custoditi e nessuno di loro si è perduto se non il figlio della perdizione, affinché la Scrittura sia adempiuta.
Ora vengo da Te e dico queste cose nel mondo affinché abbiano la gioia piena, quella mia, in loro stessi.
Io ho dato a loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché non sono dal mondo come io non sono dal mondo.
Non prego che Tu tolga loro dal mondo, ma che custodisca loro dal maligno.
Non sono dal mondo come io non sono dal mondo; santifica loro nella verità: la parola, quella tua, è verità.
Come hai inviato me nel mondo, anch’io ho mandato loro nel mondo e per loro io santifico me stesso, affinché siano anch’essi santificati nella verità.

Gv 17,11-19


 

Preghiera

A te, Maria, fonte della vita, si accosta la nostra anima assetata.

A te, tesoro di misericordia, ricorre con fiducia la nostra miseria.

Dio abita in te e tu in Lui.

Nella tua luce, possiamo contemplare il volto di Yeshua, sole di giustizia.

Nel dono dello Spirito Santo ti sei riempita di gloria e di bellezza.

Ti preghiamo, Donna vestita di luce, vieni in nostro soccorso,
donaci di attingere alla tua anfora traboccante di grazia.

Volgi, o Madre, il tuo sguardo su noi, tuoi figli,

accompagnaci nel nostro cammino verso un avvenire di giustizia, di solidarietà e di pace.

Tu, Signora del cielo e della terra, che conosci la strada della vita
e ciò che nutre il cuore dell’uomo,

che non consegni ideologie fallaci e transitorie all’umanità

ma la persona del tuo Figlio Yeshua, via, verità e vita,
aiutaci a rimanere fedeli a Lui e alla nostra missione,
per realizzare solamente i desideri di Dio.

Maria, apri le nostre menti e i nostri cuori

perché possiamo leggere e amare la vita,

assicura all’umanità intera il dono della concordia e della pace,

in questo tempo particolare della nostra esistenza.

Tu regina del cielo e della terra,
canta con noi la gioia

di essere scelte preferenziali del Padre,
nella costruzione del suo nuovo popolo,

di quella comunità pronta a vivere nello stile del regno dei cieli.

Amen.

Santissima Trinità

La festa di oggi porta in sé un concetto che non trova definizione nei Vangeli, ma solo esperienze. Il vissuto precede sempre la teoria. Prima una cosa si vive e poi, riflettendoci sopra, la si comprende. Infatti i primi cristiani prima hanno fatto esperienza di “Dio”, solo poi hanno cercato di esprimerLo.
 

La Tri-unità riguarda il Figlio, il Dio in terra, il Padre, il Dio in cielo, lo Spirito, il Dio sempre presente. Ogni volta che noi ci facciamo il segno della croce non facciamo nient’altro che invocare questa verità di fede (dogma): Nel nome del Padre, nel nome del Figlio e nel nome dello Spirito Santo.
 

Gli apostoli hanno conosciuto Yeshua, hanno ascoltato le sue parole e le sue parabole, visto i suoi miracoli, toccato con mano la sua forza, la sua passione e la sua verità. I primi cristiani non hanno dubbi, sanno che Yeshua è veramente il Figlio di Dio. La risurrezione ne è la conferma: Yeshua è il Dio che si incarna nel tempo-spazio della storia, che prende forma, umanità e visibilità. Tuttavia questa esperienza termina con la sua ascensione al Padre.
 

I discepoli infatti in Yeshua hanno sperimentato qualcosa di nuovo: Dio Padre, un Dio nuovo, diverso, chiamato Abba (Paparino). Yeshua stesso parla con suo Padre molte volte amorevolmente. Lui è sempre presente, a Lui ci si può sempre rivolgere, Lui sempre ascolta, anche se a volte rimane come assente, in silenzio: non interviene né a salvare il Figlio sulla croce, né a risolvere i nostri problemi. È il Padre, vicino e lontano, quaggiù e lassù, al di fuori del tempo e dello spazio.
 

Questo porta i primi cristiani ad avere un’altra esperienza: Yeshua, il Cristo, in un modo nuovo e di difficile comprensione rimane sempre presente dentro di loro, come Spirito, energia, fuoco, ardore, fiducia. Yeshua, il Figlio di Dio, continua a vivere in loro e in ogni creatura permeando di sé  tutto ciò che esiste.
 

Questa esperienza dei primi cristiani nel corso degli anni è divenuta il dogma della Trinità: l’Unico Dio che vive in Tre persone, distinte, diverse, ma non separate, che è presente in più modi. Egli è Uno e Trino.
 

Passano i secoli e si cerca di capire come queste Tre persone si rapportino fra di loro. Da una parte c’era il pericolo della simbiosi: sono così unite che sono la stessa cosa; dall’altra il pericolo della separazione: sono tre persone a sé stanti. Questi primi secoli della Chiesa sono pieni di eresie, di dispute e di contrasti per cercare di definire tutto questo. Tutt’ora i cristiani cattolici e gli ortodossi hanno una leggera diversificazione sulla dottrina trinitaria, riguardo al ruolo dello Spirito. Il Concilio di Nicea, nel 325, inizia a porre delle basi chiare: Il Padre e il Figlio sono della stessa sostanza (omousios), cioè: sono diversi ma uguali. Il Concilio di Costantinopoli, nel 381, afferma che non solo il Padre e il Figlio, ma anche lo Spirito è della stessa sostanza, quindi è Dio.
 

Nei secoli a seguire la Chiesa si interroga sul rapporto che intercorre tra le tre persone della Trinità e la teologia risponde introducendo la parola pericoresi, dal verbo greco peri-choreo che vuol dire ruotare, muoversi in modo circolare. Le tre persone della Trinità sono in un continuo dono, in una continua danza fra di loro. Ciò che caratterizza il loro essere è la relazione, il darsi e il ricevere. Non esiste l’una senza l’altra. Quindi Dio è Relazione, rapporto, connessione, unione, famiglia.
 

La festa della Trinità allora ci ricorda quanto sia importante prendersi cura della relazione, ossia il Noi che si crea fra un Io e un Tu. È la qualità del nostro rapporto, di come ci relazioneremo che regala la felicità. È il nostro darsi e riceversi che stabilisce, fonda e rende solida la nostra unione.


 

Vangelo del giorno

Poi gli undici si recarono in Galilea, al monte dove aveva ordinato loro Yeshua, e avendo visto lui lo adorarono, essi però dubitarono.
E Yeshua, avvicinatosi, parlò a loro dicendo: è stato dato a me ogni potere in cielo e sulla terra.
Andando dunque fate discepole tutte le genti, immergendole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato; ed ecco, io con voi sono-esisto-sussisto tutti i giorni fino alla fine del mondo.

Mt 28,16-20


 

Preghiera

Avvolgi e proteggi, Padre creatore,
questa tua famiglia con la tua nube.
Illumina e proteggi, Figlio salvatore,
la nostra comunità con la tua voce.
Trasfigura e proteggi, Spirito d’amore,
l’umanità intera con la tua bellezza e la tua pace.

Padre, tu che crei tutte le cose,
Figlio, tu che redimi e completi tutte le cose,
Spirito, tu che riempi e rinnovi tutte le cose,
donaci la morte dell’ego creato dalla mente,
donaci la trasfigurazione dell’Io vero
a tua immagine e somiglianza,
donaci rinascita dall’alto,
risurrezione della nostra persona,
vita per tutti noi, tuoi figli.

Santissima Trinità

relazione d’unità,
danza e canto,

eterno amore,

ci consacriamo a te,

nel nome di Dio Padre,

nel nome di Dio Figlio

nel nome di Dio Spirito Santo.
Amen.

Visitazione della Beata Vergine Maria

A conclusione del mese mariano, la liturgia ricorda la visitazione di Maria a Elisabetta dopo avere ricevuto l'annuncio che sarebbe diventata madre di Yeshua per opera dello Spirito Santo. Lo scopo della visita di Maria, narrato solamente nel Vangelo di Luca, sarebbe stato quello di aiutare la parente negli ultimi mesi della sua gravidanza in tarda età, e, allo stesso tempo, di fare esperienza con tatto e prudenza della nascita di un bimbo con l’unica persona che fosse in risonanza con lei. Infatti la traduzione del testo greco meta spoudēs può significare sia "prontamente", "in fretta", ma anche "molto attentamente" o "con impazienza”. Aggregandosi probabilmente ad una carovana di pellegrini che si stavano recando a Gerusalemme, la giovane Maria ha attraversato la Samaria per raggiungere Ain-Karim, in Giudea, 6 km a sud-ovest di Gerusalemme, dove abitava la famiglia di Zaccaria.

È facile immaginare quali sentimenti abbiano pervaso il suo animo alla luce di ciò che l’angelo le aveva annunciato. Maria è riconoscente verso la grandezza e la bontà di Dio, cosa che esprimerà alla presenza dell’anziana Elisabetta con l'inno del Magnificat. Ella rimane presso la cugina fino alla nascita di Giovanni Immergitore, attendendo probabilmente altri otto giorni per il rito dell'imposizione del nome.

 

Accettando questo computo del periodo trascorso presso la casa di Zaccaria, la festa della Visitazione, di origine francescana, veniva celebrata il 2 luglio per essere sicuri che non cadesse nel periodo quaresimale. La festa venne poi estesa a tutta la Chiesa latina da papa Urbano VI per propiziare con l’intercessione di Maria la pace e l'unità dei cristiani divisi dal grande scisma di Occidente. Il sinodo di Basilea, nella sessione del 10 luglio 1441, confermò la festività della Visitazione, dapprima non accettata dagli Stati che parteggiavano per l'antipapa. L'attuale calendario liturgico ha fissato la festa nell'ultimo giorno di maggio, quale coronamento del mese che la devozione popolare consacra al culto particolare della Vergine. Di conseguenza la festa della Regalità di Maria Santissima, che si celebrava il 31 maggio, fu trasferita al 22 agosto, al posto dell'Ottava dell’Assunzione.

A questa festa è dedicata la Chiesa della Visitazione che sorge proprio ad Ain-Karim oltre a diversi ordini e congregazioni religiose.
 

Oggi possiamo comprendere la bellezza del saper condividere le cose importanti solo con chi è in accordo e in risonanza con noi, scoprendo che le relazioni possono servire per accompagnare e sostenere la nostra missione o, al contrario, per distrarci da essa, dimenticandosene del tutto. Imparare a cantare con Maria le grandi opere del Signore è scegliere di ancorarsi solo in Lui e cominciare ad abbattere la credenza radicata nella mente umana di fidarsi ancora di chi pensa di detenere il controllo della terra e dell’umanità. Magnificare, rendere più grande Dio di fronte a qualsiasi evento è lo scopo della vita oltre che una valida ancora di salvezza.


 

Vangelo del giorno

Ora alzatasi Maria in quei giorni andò verso la montagna con fretta verso la città di Giuda, ed entrò nella casa di Zaccaria e salutò Elisabetta.
E avvenne che, quando Elisabetta udì il saluto di Maria, saltellò il bambino nel suo seno e Elisabetta fu riempita di Spirito Santo, e con un grido grande esclamò e disse: Benedetta tu tra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno.
E da dove a me questa cosa, che venga a me la madre del mio Signore?
Ecco infatti: quando arrivò la voce del tuo saluto ai miei orecchi, saltellò con esultanza il bambino nel mio seno.
E beata colei che ha creduto che ci sarà un compimento alle cose a lei dette da parte del Signore.

E disse Maria: Tutto il mio essere magnifica il Signore

e il mio spirito è pieno di gioia in Dio, mio Salvatore,

perché ha fissato lo sguardo sull’umiltà della sua serva.

Ecco infatti: da ora tutte le generazioni mi diranno beata,

perché il Potente ha compiuto in me cose grandi e Santo è il suo nome;
la sua misericordia per generazioni e generazioni è per coloro che lo temono.

Ha fatto forza col suo braccio:

ha disperso i superbi nel piano del loro cuore,

ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili,

ha riempito di beni gli affamati e ha mandato via i ricchi a mani vuote;

sostiene Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia,

come aveva parlato ai nostri padri ad Abramo e alla sua discendenza per sempre.

Ora Maria dimorò con lei circa tre mesi, e ritornò alla sua casa.

Lc 1,39-56


 

Preghiera

Ti saluto, Maria, piena di grazia, perché il Signore è con te.

Ti lodo figlia prediletta del Padre.

Ti benedico, Madre del Logos divino e dimora felice dello Spirito Santo.

Ti venero, Vergine, mediatrice di tutte le grazie.

Ti contemplo, Donna compiuta nei desideri di Dio.

Ti canto, dolce Signora del silenzio e della meditazione,
mentre ringrazio Dio, con le tue stesse parole: Magnificat, magnificat, magnificat.
Ti invoco, Madre dell’umanità, ora e sempre,
perché tu mi sia vicina in questo tempo difficile e ostacolato.

Ti saluto, Maria, Signora santa, Regina della Pace,
Vergine, eletta dal Padre celeste e da Lui consacrata nello Spirito Santo.

Tu, in cui è ogni pienezza di grazia e ogni bene,
hai dato alla luce la Salvezza, Yeshua, il figlio di Dio
perché l’umanità risorgesse dallo stato di apatia e inettitudine
in cui è caduta dopo l’inganno diabolico.

Ti saluto Suo palazzo. Ti saluto Sua tenda. Ti saluto Sua casa.

Ti saluto Sua arca d’alleanza. Ti saluto Sua ancella.

Ti saluto, Maria, e saluto il coro degli angeli cantori e messaggeri
di quella vita che appartiene solo al regno dei cieli e non tramonta mai.

Nel giorno della visitazione a Elisabetta
donaci prontezza di risposta agli eventi della vita
e prudenza e cura nell’azioni che siamo chiamati a svolgere nel quotidiano

perché siano sempre più conformi al nostro compito di vita.

Chaire Maria, piena di grazia, prega per noi oggi e sempre.

Amen.